DISCORSO DEL SINDACO FAUSTO MERCHIORI IN OCCASIONE DELLA RICORRENZA DELL' ECCIDIO DI VILLAMARZA. 14 OTTOBRE 2007
Signor Prefetto, Eccellenza Mons. Vescovo, Onorevoli Parlamentari, Signor Presidente della Provincia, Signor Sindaco di Villamarza, Signori Sindaci delle Città e dei Comuni del Polesine, Autorità Civili e Militari, Cittadine e Cittadini tutti di Villamarzana e delle altre città del Polesine,
celebriamo, oggi, il sacrificio, estremo, di 43 giovani uccisi 63 anni fa, il 15 ottobre 1944, qui, a Villamarzana, davanti a quel muro, dalla spietata, cupa violenza nazifascista, nel tentativo vano di contrastare, schiacciandola nel terrore, quella lotta di Liberazione che, meno di un anno dopo avrebbe saputo riscattare i valori di democrazia, di libertà della nostra Nazione, sconfiggendo la barbarie della dittatura fascista e ricacciando oltre le nostre terre la crudele follia nazista.
L’Eccidio di Villamarzana, infatti, ebbe a mobilitare ancora più la coscienza democratica delle nostre Comunità, ebbe a rinsaldare la volontà della nostra Gente di combattere per il diritto ad essere cittadini nel proprio Stato, contribuendo a determinarne le sorti.
Nè diversamente, anche se duramente provati dalla violenza, tragica, subita, Villamarzana e il Polesine tutto, avrebbero potuto
agire: questa è la terra in cui Giacomo Matteotti ha diffuso i veri valori sui quali si fondano convivenza civile, consapevolezza democratica, dignità e orgoglio di appartenere ad una Nazione libera, la cui identità non possa essere soffocata dall’arbitrio di pochi, armati di violenza, in una lotta contro il futuro e contro la Storia.
Il fare memoria, oggi, a 63 anni di distanza dalla crudele esecuzione dei 43 Martiri, non può non richiamarci, tutti, ad un sentimento di dolorosa, stupita partecipazione alla angoscia, al terrore provato, sofferto da quei giovani, presaghi della loro morte già all’atto del loro internamento là, nella “casetta del barbiere”, avendo potuto vedere, entrandovi, quella terribile scritta “PRIMO ESEMPIO” tracciata sulla parete esterna della casa.
Celebrare i Martiri di Villamarzana deve, in primo luogo, riportarci con commossa adesione alla sofferenza, alla paura di morire che questi giovani hanno patito, allo strazio dei loro famigliari, ma anche alla dignità con cui sopportarono la violenza che si sarebbe, di lì a pochi istanti,abbattuta su di loro.
Descrive con nitidezza questi supremi momenti il saggio di Elios Andreini e Andrea Rossi “Villamarzana, 50 anni dopo” 1944 -1994 :
“Un cordone della ‘Guardia Nazionale Repubblicana’ controllava gli abitanti del posto ed i parenti, obbligati ad assistere alle esecuzioni.....
La giornata era di sole. A sei a sei furono fatti uscire i patrioti, legati ed oltraggiati...... Una scarica secca.... e i colpi di grazia annunciavano ai prigionieri, di là dal muro, che era giunto il momento per altri sei.....”.
Nei nostri cuori vive, profonda, la pietà per quelle vittime di una cupa e spietata violenza. Violenza che ha insanguinato questa terra anche negli ultimi istanti dell’occupazione nazifascista, come testimonia la tragica rappresaglia di Villadose, quando, nell’imminenza della Liberazione, il 24 aprile del 45, vennero fucilati 20 ostaggi, rastrellati da tedeschi ormai in fuga tra Ceregnano e Villadose stessa. O quando, in estremo atto di spietata crudeltà in Badia Polesine venne pressocchè sterminata, inerme, la famiglia Rossi.
Richiamare alla memoria questi drammi è, in primo luogo, rendere omaggio al sacrificio delle vittime, alla loro vita perduta, ai loro sogni svaniti, ai loro affetti negati, all’inconsolabile dolore di genitori, di mogli, di figli.
Il padre di una giovane vittima, Danilo Botton, durante il processo ai carnefici lamentò che, quando il figlio, destinato alla
fucilazione si accomiatò da lui dicendo: “...adesso tocca a me....”, non gli sia stato consentito neppure un ultimo abbraccio.
Nei suoi confronti, nei confronti dei suoi famigliari e di tutti i suoi compagni vittime, in Villamarzana, a Castelguglielmo, a Villadose, alle Zampine, e in ogni altro luogo del Polesine e d’Italia, della folle violenza nazifascista, noi abbiamo il dovere della memoria.
Da quel sacrificio, da quegli innumerevoli sacrifici che in Italia si consumarono (pensiamo a Marzabotto, a S. Anna di Stazzema, a Boves, alle Fosse Ardeatine), prese forma nella nostra coscienza di Italiani l’idea che la libertà e la democrazia, calpestate dalla violenza e dalla sopraffazione, sarebbero state riconquistate: spirito di reazione, volontà di affermare la propria dignità di donne e uomini liberi ne originò in loro la più alta spinta interiore.
E richiamare ancora ai nostri giovani quegli avvenimenti, significa rafforzare il rapporto tra generazione e generazione, rinsaldando la consapevolezza, in ciascuno di noi, di una comune memoria sulla quale poggia e della quale si sostanzia la nostra identità nazionale; costruita attraverso il divenire, di generazione in generazione, di quegli avvenimenti, di quei valori, di quelle conquiste, di quelle sofferenze che sono la nostra storia, di donne, di uomini, ma soprattutto di Nazione.
Coglieva questi significati Carlo Azeglio Ciampi nel celebrare a Milano, due anni fa, la Resistenza: “.....la lotta contro l’occupazione nazista e la dittatura fascista fu anche lotta per dare vita a una nuova identità nazionale....”, e ancora: “....La memoria di quella lotta vuole ricordarci che furono gli ideali di libertà e di giustizia a dare vigore ai nostri cuori.....”.
Lo furono nelle lotte in Polesine, nel sacrificio dei Caduti di Cefalonia, nel non piegarsi degli internati nei campi di concentramento; lo furono nel faticoso vivere, tra silenzi, paure, speranze, delle nostre donne nel tempo della Resistenza che fu anche tempo, come ammonisce lo stesso Eccidio di Villamarzana, di sanguinose divisioni e di dolorose contrapposizioni ma che seppe condurre alla liberazione del nostro Paese, al costituirsi della Repubblica, all’affermarsi progressivo di una nuova relazione civile, di una nuova concezione dei rapporti tra cittadini e Stato, di una diversa gerarchia dei valori, alla cui base sono posti l’Unità Nazionale e i diritti inviolabili della persona umana.
Ed è in quella temperie, dolorosa e nel contempo esaltante, che nasce, mirabile per modernità, la Costituzione della nostra Repubblica, nella quale vivono le aspirazioni di pace del popolo italiano, i principi di libertà, di eguaglianza di solidarietà, nella quale
si sancisce l’indissolubile unità della Repubblica, preziosa eredità della nostra cultura e del nostro sentire.
Affermazione, questa, che consegue come profonda esigenza morale, all’esperienza tragica della frattura che il Fascismo morente tentò di imporre alla nostra Nazione, interrompendo quel cammino di conquista dell’Unità che l’Italia risorgimentale seppe avviare e sostenere e la “Grande Guerra” compiere.
Celebrare le vittime della lotta alla tirannia e all’occupazione; ricordare a noi stessi; ai nostri giovani quanto sia costata in vite umane, in dolorose esperienze la riconquista dell’Unità nazionale, delle libertà e, accanto ai doveri di ciascuno di noi, dei diritti fondamentali dell’uomo, non intende riproporre le divisioni, le lotte fraticide che segnarono nel dolore gran parte d’Italia.
Intende, piuttosto, affermare il bene irrinunciabile dell’Unità Nazionale, delle libertà democratiche nelle quali trovano giusta valorizzazione e tutela convinzioni ideologiche, sensibilità culturali, appartenenze politiche diversificate necessariamente tra loro, contrastanti, in una corretta e plurale conduzione del dibattito politico e della dialettica tra i partiti.
La volontà di non disperdere la memoria di queste conquiste, accanto, come già richiamato, alla testimonianza della nostra
gratitudine a questi ed ai tanti martiri per la democrazia, ci riunisce, concordi, davanti al luogo dell’Eccidio e ci invita a riaffermare con forza e convinzione, nei nostri atti, nelle nostre parole, le ragioni ideali, culturali, storiche sulle quali poggia la nostra identità nazionale.
E stonano, oggi, le non infrequenti dichiarazioni, di esponenti anche di spicco del confronto politico nazionale, volte a mortificare proprio il valore dell’Unità, agitando fantasmi desueti e improbabili di aspirazione secessioniste, coltivate in queste che furono, nel nord d’Italia, le terre della Resistenza al Nazifascismo, della lotta di Liberazione, in nome di quei valori che la Costituzione Repubblicana incarna, primo fra tutti quello della Unità nazionale.
Don Giuseppe Dossetti, autorevolissimo membro della Assemblea Costituente e componente assieme a personalità quali Basso, Pertini, Moro, La Pira, Nilde Jotti della 1^ Sottocommissione, incaricata dalla Commissione dei 75, di elaborare i principi generali della Carta costituzionale, ed i diritti fondamentali della persona umana ebbe a puntualizzare in uno dei suoi ultimi interventi prima della morte, che “....primo principio [è] quello dell’unità e indivisibilità del popolo italiano e, per conseguenza, della sua espressione statuale, cioè della Repubblica Italiana (artt. 1 e 5 della Costituzione).
Grottesche, poi, appaiono le parole usate pochi giorni fa da quel leader politico che invoca “....la lotta di milioni di uomini disposti al sacrificio in una guerra di liberazione...” e aggiunge che “....da qui possono partire ordini di attacco dal Nord”.
Non credo siano questi i sentimenti dei nostri concittadini ma nella forzatura sconveniente delle espressioni sopra riportate e nella banalizzazione di ciò che è stata la lotta di liberazione, non può sfuggire il tentativo, rozzo quanto irriverente, di svuotare di significato i valori per i quali la lotta di liberazione venne intrapresa, sofferta e vinta. E ciò rafforza l’impegno a tramandare memoria degli accadimenti, perchè non si affievolisca il senso profondo della nostra identità e della nostra conseguente Unità nazionale.
In un recente passato, fu avanzata anche una subdola quanto insidiosa strategia politico-culturale tesa a riscrivere pezzi della nostra storia recente, in un’improponibile ricostruzione del periodo fascista, della lotta di liberazione, della contrapposizione allo stato nazionale della repubblica di Salò.
La Storia italiana e non, ha già reso i propri giudizi: in nessun modo possono essere anche solo avvicinati vittime e carnefici. L’aver lottato per la democrazia, per la libertà, per l’Unità nazionale non può
essere inteso al pari di chi ha sostenuto la violenza e la sopraffazione, dittatura e negazione della democrazia.
Ma dai Caduti che oggi commemoriamo venga a noi tutti un messaggio, silenzioso, profondo di verità: dall’esperienza dolorosa di una violenza subita, nasca e si rafforzi la capacità per tutti noi, per i nostri figli, di essere soggetti attivi
di una cultura di democrazia, di un vero rispetto per chi non condivide le nostre idee, di una proposta, dunque, che sappia tradurre a prassi condivisa un sereno e corretto confronto politico, confronto che appare ora inasprito nello scontro più cupo.
Se è nostro dovere, prendendo occasione da questa celebrazione in Villamarzana, dichiarare che nessun ideale o pseudo ideale ha mai potuto, può o potrà giustificare l’odio, la violenza, la morte che qui vennero subiti, è dal pari nostro impegno operare nell’auspicio che in nessun luogo ricompaiono o si radichino campi di sterminio, gulach, foibe, pulizie etniche o terrorismo.
Ai caduti di Villamarzana, di Castelguglielmo, di Villadose,delle Zampine, dell’intero Polesine e dell’Italia tutta, vada il nostro commosso pensiero, grato per il sacrificio compiuto. Viva l’Italia, viva la nostra Costituzione democratica, viva la memoria di questi caduti per la libertà e per la nostra identità di Nazione.